Associazione Nazionale fra le Imprese Assic
uratrici


 

ASSEMBLEA ANNUALE

 

RELAZIONE DEL PRESIDENTE

Alfonso Desiata

Roma, 13 Giugno 2002

 

 

Il devastante attacco alle Torri Gemelle ha colpito la coscienza di ciascuno di noi ed evidenziato la necessità di considerare con un nuovo approccio i rapporti tra paesi appartenenti a culture ed economie differenti. Per noi assicuratori, poi, questo evento ha avuto anche un significato particolare, perché ci ha imposto profonde riflessioni sul piano della tecnica assicurativa e ha riconfermato che l’uomo odia l’ignoto e si sforza di ridurne l’ampiezza: dalle religioni ai modelli consequenziali, dalla teoria delle probabilità a quella della frequenza ed estrapolazione, in ciò sempre più allontanandosi dal vuoto e dall’ignoto.

L’Assicurazione ed il Terrorismo

Il sistema assicurativo mondiale ha chiaramente dimostrato, quasi paradossalmente in una occasione di tale gravità, la propria tradizionale solidità facendo fronte a danni di dimensioni inaudite senza subire disagi insormontabili. Quantificare le perdite derivate al comparto dagli eventi dell’11 settembre è tuttora estremamente complesso: le stime più attendibili si attestano intorno a 40 miliardi di dollari USA, comprendendovi le garanzie property, quelle liability e quelle collegate alla salute ed alla vita dell’uomo.

Ma se questo dimostra le virtù dell’impianto tecnico tradizionalmente posto alla base dell’attività assicurativa, per converso le modalità di accadimento degli eventi hanno evidenziato che questo genere di rischi ha assunto dimensioni incalcolabili sia in termini di gravità che di frequenza, con ciò determinando la necessità di superamento dei tradizionali schemi della tecnica assicurativa e delineando l’alba di un nuovo scenario.

L’area degli eventi non assicurabili, ossia gli eventi TSRCC - Terrorism, Strikes, Riots, Civil Commotion - si è ampliata: qui domina l’imprevedibile, l’angoscia del vivere quotidiano, l’irrazionalità, insomma l’ignoto.

Gli eventi TSRCC possono tornare però ad essere assicurabili, purché venga staccata la coda impazzita dell’evento sfuggente ad ogni schema di calcolo: ciò può avvenire tramite Pools riassicurativi o Consorzi convenzionati con lo Stato, in cui sia possibile affogare la variabile incontrollata.

È dunque evidente che i fatti dell’11 settembre richiedono un totale ripensamento della situazione e che, per assicurare tali rischi, non si può a breve prescindere dall’intervento dello Stato.

In questo senso gli assicuratori italiani si sono fatti promotori di un apposito progetto per la copertura assicurativa del rischio terrorismo, che prevede la costituzione di un Pool nazionale di riassicurazione verso il quale far tendenzialmente confluire la copertura dei rischi in questione.

Il Pool - che agirà in collegamento con gli analoghi organismi nazionali dei vari paesi europei - sarà finanziato dalle imprese private con i premi relativi allo specifico rischio e risponderà dei sinistri dovuti ad atti terroristici nei limiti della quota di ritenzione dell’assicuratore, della parte di rischio ceduto sul mercato riassicurativo mondiale e degli attivi accumulati negli anni in cui non si siano verificati sinistri.

Solo ove tutto ciò non fosse sufficiente a coprire danni di entità evidentemente catastrofale, sarà necessario ricorrere alla garanzia di ultima istanza di competenza dello Stato. Tale eventualità sarà più probabile nel periodo iniziale e tenderà ad azzerarsi per effetto dell’aumento delle capacità del Pool.

Per poter dare attuazione a questo progetto è però necessario un provvedimento legislativo che, inopinatamente, nel nostro Paese tarda a venire.

I maggiori paesi dell’Unione Europea si sono già dotati di sistemi analoghi, avendo ben compreso il rischio che l’economia nazionale di ciascuno Stato potrebbe correre nel caso di ulteriori gravi attentati terroristici, che dovessero verificarsi nel momento in cui i mercati riassicurativi mondiali non fossero in condizione di offrire adeguata copertura.

È dunque urgente, data anche la specificità del nostro sistema economico, che Governo e Parlamento approvino il progetto.

L’Assicurazione e l’Ambiente

La medesima disponibilità offriamo anche per ciò che concerne un'altra tipologia di eventi dagli effetti altrettanto devastanti: mi riferisco ai rischi derivanti dalle calamità naturali, di natura sismica ed alluvionale, dai quali il territorio italiano non può certamente ritenersi immune.

Negli ultimi ottant’anni si sono verificate infatti oltre 5.000 alluvioni e più di 11.000 frane. Altrettanto pesante è stato il bilancio delle vittime e dei danni economici negli episodi sismici degli ultimi decenni.

Si stima che, mediamente, l’intervento finanziario dello Stato per il risarcimento dei danni da calamità naturali sia stato, negli ultimi vent’anni, pari a circa 3.500 milioni di Euro annui.

I tempi appaiono maturi perché si prenda coscienza sia della sempre più pressante domanda di sicurezza che emerge dalla società, sia della necessità di ricalibrare l’intervento pubblico, convogliandone le risorse non più solo verso il ristoro del danno, ma anche - e soprattutto - verso una maggiore prevenzione del rischio.

Il settore assicurativo ha da tempo elaborato un proprio progetto al riguardo, manifestando piena disponibilità a contribuire, sul piano tecnico e finanziario, all’indennizzo dei danni derivati agli immobili privati dalle calamità naturali, purché ciò avvenga all’interno di un quadro normativo adeguato, sull’esempio di quanto avviene in altri Paesi.

Anche in questo caso dobbiamo sottolineare la scarsa lungimiranza di chi non offre al Paese la possibilità di sterilizzare, attraverso strumenti moderni che superino la cultura assistenzialistica dello Stato, gli effetti negativi per l’economia di eventi dalle dimensioni catastrofiche.

Tra di essi rientrano certamente i danni derivanti dall’inquinamento dell’ambiente le cui conseguenze possono manifestarsi a distanze notevoli dal luogo di emissione della sostanza inquinante, ledere attraverso l'ambiente la salute di un numero imprevedibile di persone anche dopo molti anni dal momento in cui si è scatenata la causa.

Il mercato assicurativo italiano ha organizzato le proprie risorse costituendo un Pool per l'assicurazione della Responsabilità civile da inquinamento, il cui scopo primario è quello di mettere in comune competenze e conoscenze tecnico assicurative e risorse finanziarie.

Ad evitare che l'assicurazione di responsabilità civile possa costituire un fattore di abbassamento della guardia da parte dell'assicurato, la garanzia è stata costruita attraverso un opportuno dosaggio di condizioni che inducono l'assicurato ad avere un atteggiamento attivo per prevenire il verificarsi del danno.

Per queste ragioni non è stato in questo caso necessario alcun intervento da parte dello Stato.

L’Assicurazione e i Lavori Pubblici

La funzione dell’attività assicurativa risulta d’importanza strategica anche nel sostegno del pieno sviluppo alle attività produttive del Paese.

È noto il rilievo che nel piano del Governo riveste la realizzazione delle grandi opere finanziate dallo Stato, che da un lato servono a modernizzare il paese e dall’altro contribuiscono ad elevare i livelli occupazionali.

L’attuale impianto normativo è fra i più sofisticati in Europa e richiede ai soggetti coinvolti nella realizzazione dell’opera di essere assicurati per una molteplicità di rischi, quali la responsabilità civile derivante dall’attività professionale, la tutela dei terzi, la corretta esecuzione dell’opera e l’inadempimento dell’appaltatore.

Per poter rendere concreto il contributo degli assicuratori è però necessaria l’adozione, da parte ministeriale, degli schemi-tipo delle varie polizze, particolarmente complessi e faticosamente elaborati dagli esperti del settore e dagli specialisti dei dicasteri competenti per trovare il giusto equilibrio tra l’esigenza di garanzia dello Stato e la rigorosa applicazione della tecnica sottostante all’attività assicurativa.

Non è comprensibile la ragione che ha impedito sino ad ora l’emanazione dei citati schemi-tipo, ma registriamo ora con interesse segnali di ripresa nel processo che dovrebbe portare alla loro definitiva pubblicazione.

Auspichiamo, pertanto, che l’iter si concluda rapidamente e senza modificazioni rispetto a quanto già concordato.

L’Assicurazione e l’invecchiamento della popolazione

Non meno produttivo di effetti economici negativi, pari a quelli causati dagli eventi straordinari prima considerati, è il fenomeno della dinamica demografica della popolazione nei prossimi decenni. Ogni quattro anni si registra, infatti, un aumento di un anno nella speranza di vita; attualmente all’età di sessant’anni la probabilità di rimanere in vita è di ulteriori vent’anni.

Aumenterà, quindi, ancora in misura notevole la popolazione anziana - con i connessi bisogni di maggiori tutele pensionistiche, sanitarie, assistenziali - mentre quella giovanile subirà un decremento; la popolazione in età attiva risulterà inferiore, rispetto a quella attuale, di circa 4,5 milioni di lavoratori.

Questi soli accenni evidenziano la necessità di dare vita ad un nuovo modello di Welfare, idoneo a rispondere ai bisogni emergenti di protezione e a stimolare l’accesso al mercato del lavoro e la permanenza in esso.

Fermo il principio, anche in futuro, dell’assicurazione obbligatoria e della assistenza pubblica come nucleo portante del Welfare, siamo convinti che vada perseguita, senza ulteriori indugi, la strada dell’universalismo sostenibile, ritenendo che tale formula non abbia affatto un significato riduttivo quando la sostenibilità sia frutto del concorso organizzato delle risorse pubbliche e di quelle private.

In sintesi, a nostro avviso, il modello di protezione sociale dovrebbe:

  • essere più ampio dell’attuale, per dare risposte adeguate alle nuove esigenze sociali derivanti dalla diversa struttura anagrafica della popolazione;
  • non pesare ulteriormente sulla componente pubblica, finanziata a ripartizione, in cui peraltro occorre rafforzare il profilo solidaristico e riequilibrare il peso dei tre comparti (pensionistico - sanitario - assistenziale sociale);
  • svilupparsi maggiormente nella componente privata, tramite il ricorso a schemi pensionistici, fondi sanitari, schemi assicurativi e mutualistici, anche al fine di favorire la razionalizzazione dei flussi di spesa nell’arco del ciclo vitale.

- L’Assicurazione e la Sanità

Emblematico, in questo senso, è lo sviluppo massiccio di una domanda di prestazioni sanitarie soddisfatto mediante esborso diretto di denaro da parte dei singoli privati.

Oggi la spesa finanziata out of pocket costituisce oltre un quarto dell’intero onere.

Noi ci chiediamo se abbia un senso lasciare che essa continui ad avere connotazione magmatica, o se invece non occorra sforzarsi di trovarle una collocazione razionale accanto a quella pubblica, cercando ispirazione nel principio dell’appropriatezza nell’utilizzo delle risorse.

Sicuramente l’accordo fra Stato e Regioni dell’8 agosto 2001 e la successiva definizione dei livelli essenziali di assistenza costituiscono i primi passi per l’avvio del processo di integrazione fra pubblico e privato e realizzare così un rigoroso collegamento fra prestazioni e risorse disponibili.

Stante l’ampiezza delle prestazioni che il Servizio sanitario nazionale si impegna a fornire in modo uniforme a tutti i cittadini, secondo il principio di eguaglianza nell’accesso ai servizi e alle cure, vi sarà però la dura necessità per le Regioni di ricercare con ogni mezzo il suddetto equilibrio.

Le più recenti previsioni elaborate dalla Ragioneria Generale dello Stato indicano che entro il 2050 la spesa sanitaria pubblica, in termini di rapporto con il PIL, salirà del 30%.

Non è da sottacere, inoltre, che il problema della compatibilità delle prestazioni garantite con le risorse appare destinato ad acuirsi a fronte di eventi convergenti, quali l’invecchiamento della popolazione, lo sviluppo della scienza medica e il "consumismo" sanitario, inteso non solo nell’accezione negativa di ciò che è superfluo, ma anche nel significato di naturale espressione di una società pervenuta ad un alto livello di benessere.

È dunque necessario che tutti gli attori interessati alla Sanità collaborino alla realizzazione di un progetto comune, che renda concreto il suddetto principio di appropriatezza nell’uso delle risorse.

Gli assicuratori sono pronti a mettere a disposizione il proprio specifico know-how in termini di capacità di gestione delle risorse e dei rischi e si dichiarano disponibili a seguire, d’intesa con le Regioni interessate, la via della sperimentazione di nuovi e diversi modelli, avuto anche riguardo alle esperienze di altri paesi europei.

- L ’Assicurazione e la non autosufficienza

L’invecchiamento della popolazione pone il rilevante problema di offrire adeguate tutele a coloro che - nella terza e quarta età - non saranno in condizione di attendere autonomamente ai bisogni primari della vita quotidiana.

Di recente, il Ministero della Sanità ha indicato in circa 10 miliardi di Euro le risorse aggiuntive che servirebbero per offrire un adeguato sistema di tutele ai malati cronici e alle persone non autosufficienti.

Al problema del reperimento delle fonti finanziarie si aggiunge quello della non organizzata gestione delle risorse, attualmente non in grado di erogare il servizio giusto al paziente giusto.

All’uno e all’altro problema si vorrebbe porre riparo inserendo la materia fra i Progetti obiettivo del Piano Sanitario Nazionale 2002-2004, tramite l’avvio di uno studio che, individuando le migliori modalità di finanziamento del sistema, attivi la sperimentazione di forme di "governo delle reti", con ricorso anche all’utilizzo di gestori di servizio privato.

L’approccio ora descritto ci sembra pienamente condivisibile e, almeno per il momento, più realistico di quello che si ispirasse ad un modello simile a quello tedesco, che trae origine da un sistema sanitario profondamente diverso dal nostro.

A nessuno sfugge, infatti, la forte vicinanza e, talvolta, la sovrapposizione fra le tutele di carattere sanitario e quelle assistenziali sociali rivolte alle persone anziane e non autosufficienti.

L’ANIA ha compiuto un’analisi della materia partendo dell’impianto normativo già esistente - e di ancora fresca introduzione - per considerare quali interventi potrebbero ipotizzarsi per ottenere più solidarietà dove occorre e più sussidiarietà dove è possibile realizzarla.

A nostro giudizio, infatti, esistono gli spazi per far convergere le risorse pubbliche e private in un’azione unitaria, seguendo il solco di fondo già tracciato dalla legge quadro sull’assistenza sociale che mira a realizzare un doppio sistema di protezione, il primo tramite l’erogazione di servizi, il secondo tramite prestazioni di tipo economico.

- La riforma della previdenza

L’eccellente lavoro di verifica degli andamenti della spesa sociale compiuto dalla Commissione Brambilla ha mostrato che il rapporto tra spesa pensionistica e PIL riprenderà a correre dopo il 2010 per effetto del raggiungimento della soglia del pensionamento da parte delle generazioni nate dopo la fine della 2a guerra mondiale.

Si calcola che l’aliquota di equilibrio dovrebbe arrivare a toccare, nel 2032, il livello record del 46,8%.

Si tratta di previsioni che debbono indurre tutte le parti interessate a confrontarsi serenamente e senza pregiudiziali per individuare un nuovo punto di equilibrio del nostro sistema previdenziale.

Al riguardo - pur non sottacendo che a nostro avviso sarebbero necessari interventi risoluti di carattere sia parametrico che strutturale - manifestiamo il pieno apprezzamento per lo sforzo del Governo di aggregare il maggior numero di consensi nella stesura del disegno di legge delega in materia previdenziale; al contempo, guardiamo con preoccupazione ai tempi dell’iter legislativo che, a seguito delle decisioni assunte in questi giorni, si allungano eccessivamente rispetto alle oggettive necessità di intervento.

Per quanto ci concerne, auspichiamo che il nuovo confronto dia l’avvio ad un percorso evolutivo che, senza conflitti sociali, conduca alla realizzazione di un sistema pubblico a ripartizione che fornisca una pensione di base, strutturalmente connesso con una rilevante componente aggiuntiva finanziata a capitalizzazione ed integrato con un pilastro privato a contribuzione volontaria.

Questo sistema risulta del tutto compatibile con la scelta felicemente modernista, già presente nel disegno di legge, che tende a consentire al lavoratore la più ampia libertà di movimento all’interno di un sistema complessivo comunque tutelante.

Ciò vale soprattutto per le opzioni esercitabili con riferimento alle forme pensionistiche complementari, ove l’unico vincolo dovrebbe consistere nell’obbligo di conferimento a queste ultime di tutto il trattamento di fine rapporto maturando, vincolo tollerabile trattandosi della sola soluzione atta ad avviare il ripristino del principio di equità intergenerazionale.

Naturalmente sarà necessario eliminare ogni barriera, civilistica e fiscale, alla piena libertà di scelta da parte del lavoratore della forma pensionistica complementare, sia essa collettiva o individuale, alla quale conferire il TFR maturando.

Ciò implica, coerentemente, la necessità di rimuovere ogni vincolo alla libertà di destinazione dei contributi datoriali.

In un’Europa fondata sulla circolazione dei suoi cittadini e dei loro diritti, inoltre, non sarebbero certamente più giustificabili manifestazioni di favore del legislatore nazionale verso gli uni o gli altri schemi complementari in assenza di valide ragioni sostanziali.

In un sistema effettivamente aperto occorre, altresì, che sia assicurata la parità competitiva fra tutte le forme pensionistiche complementari, senza, tuttavia, che ciò debba significare necessariamente massificarne tutti i profili.

Lo sviluppo della previdenza complementare non necessita della presenza di tanti "veicoli" previdenziali sostanzialmente mono-modello, bensì di una pluralità di modelli ciascuno in grado di presentare peculiari elementi di interesse per l’enorme e disomogenea platea dei potenziali aderenti.

La trasparenza nel risparmio finalizzato

Ho già più volte evidenziato il percorso evolutivo che il concetto di risparmio ha avuto nel corso degli ultimi decenni, passando progressivamente

  • dal monomio "risparmio = sicurezza" (risparmio depositato)
  • al binomio "risparmio = sicurezza/redditività" (risparmio gestito)
  • fino a giungere al trinomio "risparmio = sicurezza/redditività/finalità" (risparmio finalizzato).

Quest’ultimo pone il problema della collocazione ottimale delle risorse nello schema tridimensionale rischio/rendimento atteso/finalità previdenziale, dove esiste il vincolo della tutela di specifici rischi (sia nella fase di accumulazione, sia in quella di godimento del risparmio) alla cui copertura l’investimento deve fare fronte.

In tale ottica, la componente essenziale è costituita dal "servizio" dell’investimento, cioè dalla sua capacità di soddisfare le specifiche e temporalmente distribuite finalità del risparmiatore.

Questa distribuzione temporale delle finalità influenza il concetto stesso di rischiosità, condiziona le valutazioni in ordine alla varianza complessiva del portafoglio. Determinante, infatti, diviene in questo contesto una ponderazione della variabilità dei rendimenti degli impieghi in rapporto alle scadenze "previdenziali", certe ed incerte, che essi debbono fronteggiare.

Molti di questi rischi sono ovviamente collegati alla progressiva rettangolarizzazione della curva di sopravvivenza. Una tendenza all’aumento della speranza di vita pone, come già sottolineato, problemi di finanziamento della terza e quarta età.

Così individuati gli elementi che connotano il risparmio previdenziale, è evidente che gli obblighi di informativa nei riguardi di chi inizia a confrontarsi con il complesso problema non possono esaurirsi nelle regole dettate a tutela dei consumatori di prodotti finanziari, vertenti meramente sulla natura e sui rischi degli investimenti.

Riteniamo, al contrario, che l’informativa debba elevarsi di livello per abbracciare l’intero piano previdenziale, in modo da fornire all’aderente uno strumento che lo ponga in condizione di comprendere il progetto complessivamente idoneo a soddisfare le specifiche, e temporalmente distribuite, finalità dell’investimento previdenziale.

È dunque necessario procedere ad un ripensamento creativo dei modelli informativi del risparmio finalizzato, che tenga conto delle diversità delle varie forme pensionistiche complementari e che può costruttivamente realizzarsi solo attraverso la stretta collaborazione tra le organizzazioni rappresentative dei vari comparti interessati e le diverse Autorità di vigilanza.

In questa opera non ci si dovrà limitare a guardare al passato, ma si dovrà essere capaci di cogliere le tendenze innovatrici che stanno germogliando in Europa.

L’Assicurazione e la finanza etica

Si va affermando, infatti, una nuova sensibilità culturale nei confronti dell’ambiente, dello sviluppo sostenibile e dei c.d. investimenti etici.

Ciò lascia presagire addirittura il superamento del tradizionale concetto di risparmio finalizzato sopra descritto - "risparmio = sicurezza/redditività/finalità" - in favore di un nuovo modello che potremmo definire di risparmio eticamente finalizzato, caratterizzato da una dimensione quadrinomiale nel quale il risparmio viene identificato con sicurezza/redditività/finalità/etico-sostenibilità.

Gli assicuratori intendono prepararsi per tempo a fornire adeguata risposta a questa nuova domanda di sicurezza, ponendo allo studio le complesse problematiche che soggiacciono a questa tendenza evolutiva: oltre alla struttura del portafoglio investito ed agli indici di redditività e di performance nel tempo, occorrerà tener conto anche della sostenibilità e della eticità degli investimenti. Analogamente dovranno essere individuati i sistemi più efficaci per comunicare a tutti gli interessati le scelte e le modalità di realizzazione delle stesse che l’impresa ha posto alla base della propria attività.

Restano ancora incerti i mezzi che portano a questi risultati. La delicatezza delle questioni ci rende attenti ai contributi che in tal senso vorranno apportare anche interlocutori esterni all’Associazione, ma comunque esperti delle peculiarità del sistema assicurativo, a cominciare proprio dall’Organo di Vigilanza del settore.

L’Assicurazione auto

Tutti i temi sin qui affrontati evidenziano la centralità dell’assicurazione nel sistema economico nazionale ed il ruolo crescente che il settore assicurativo è chiamato a svolgere nell’ambito dei nuovi modelli di sviluppo delle società post-industriali.

Eppure, in Italia, di assicurazione si parla quasi esclusivamente con riferimento alla r.c. auto e solo avendo riguardo all’aumento dei premi, senza peraltro avere la corretta conoscenza della realtà dei problemi esistenti.

Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza sull’andamento reale del prezzo della r.c. auto.

Per misurare l’andamento del prezzo dell’assicurazione r.c. auto ci si avvale, a livello istituzionale, delle rilevazioni effettuate dall’ISTAT.

Le rilevazioni ISTAT prendono in considerazione due soli profili di potenziali assicurati rispetto alle migliaia esistenti, uno per le autovetture e l’altro per le moto, rispettivamente in classe di "bonus-malus" 13 ed in quella d’ingresso.

Detti profili, con ogni evidenza:

  • non risultano in alcun modo significativi in presenza di una realtà caratterizzata da migliaia di variabili quanto a potenza dei veicoli, età e sesso dei proprietari, sinistrosità pregressa, massimali, etc.;

  • sono statici, poiché non considerano che di anno in anno ogni assicurato cambierà la propria posizione nella scala della sinistrosità: quasi il 90% degli assicurati, infatti, ogni anno usufruisce del bonus tariffario;
  • considerano il premio di tariffa e non tengono conto quindi della flessibilità tariffaria, vale a dire degli sconti usualmente praticati dalle reti di vendita;
  • trascurano il turn over degli assicurati che cambiano impresa per ottenere prezzi più bassi.

La rilevazione poi non viene fatta sui prezzi praticati dalla totalità delle imprese del mercato (n.81), ma contattando, per ciascun capoluogo, un numero limitato di agenzie (da un minimo di tre ad un massimo di dieci) in funzione della ritenuta maggiore rappresentatività sul mercato.

Infine i dati dei due profili vengono accorpati senza alcuna ponderazione in relazione alla diversa numerosità dei due (soli!!) tipi di veicoli considerati.

Appare ictu oculi che il risultato di questa operazione è assai poco, per non dir per niente, significativo.

Analogamente, per nulla attendibili sono le indicazioni estratte dai c.d. premi annuali di riferimento che le imprese di assicurazione debbono comunicare periodicamente al Ministero delle attività produttive e ad altri soggetti istituzionali: queste rilevazioni, per lo più utilizzate da alcune Associazioni dei consumatori, presentano gli stessi limiti di astrattezza e di non aderenza alla realtà riscontrati nei monitoraggi dell’ISTAT.

Come chiarito più volte, l’unico sistema obiettivo per misurare in via generale l’evoluzione del prezzo dell’assicurazione r.c. auto da un anno all’altro è l’analisi dei dati della raccolta premi realizzata in ciascun esercizio dalle imprese di assicurazione: questo dato è l’unico idoneo a misurare la spesa effettivamente sostenuta dall’intera collettività per l’acquisto dell’assicurazione.

Nel 2001, la raccolta è aumentata del 7,9%. Se si considera che ogni anno aumentano sia il numero dei veicoli in circolazione sia il numero di veicoli di cilindrata più elevata (le cui polizze costano di più), dal confronto omogeneo, ottenuto depurando la raccolta di questi due elementi, emerge, che a fronte dell’aumento "nominale" della raccolta, l’incremento reale della spesa r.c. auto per la collettività è stato nel 2001 del 3,6%.

Questi sono i dati oggettivi e matematicamente riscontrabili dell’assicurazione r.c. auto nel nostro Paese e trovano riscontro nel fatto che, nonostante gli incrementi dei premi, anche nel 2001 il risultato complessivo del conto tecnico evidenzia a livello di mercato una perdita di 416 milioni di Euro.

Il risultato meno negativo rispetto all’esercizio 2000 è certamente dipeso da una riduzione della frequenza sinistri, verosimilmente dovuta ad una maggiore responsabilizzazione dell’utenza, ma anche ad una crescente attenzione delle imprese nel contrasto ai fenomeni speculativi.

Gli effetti economici di questa tendenza positiva sono stati, purtroppo, quasi del tutto vanificati dall’incremento del costo medio dei risarcimenti, soprattutto a causa dell’aumento dell’incidenza dei danni con lesioni fisiche che, secondo le prime indicazioni, si avviano a superare abbondantemente il 20% del totale dei sinistri.

Quali dunque le prospettive per il prossimo futuro?

È auspicabile, ma non scontato in termini probalistici, che la riduzione della frequenza sinistri segnalata nell’ultimo esercizio prosegua, fino a giungere ai livelli della media europea (intorno al 10%).

Questo risultato non sarà tuttavia di per sé sufficiente a contenere il prezzo dell’assicurazione, se non verrà accompagnato anche da una tendenziale stabilizzazione del livello dei costi dei risarcimenti.

Ed è proprio sul fronte del costo dei risarcimenti che si può fare molto.

Il settore assicurativo aveva riposto notevoli aspettative nell’intervento legislativo proposto dal Governo, che per la prima volta incideva su alcuni dei fattori causali dei costi c.d. "impropri".

A cominciare da quelli relativi alla riparazione dei danni ai veicoli, prevedendo la possibilità per le compagnie di procedere alla restituzione del veicolo riparato in luogo dell’offerta in denaro: questo intervento avrebbe consentito notevoli risparmi, per le economie di scala che si sarebbero potute realizzare attraverso la gestione "industriale" del servizio. Purtroppo, il Parlamento, eccessivamente condizionato dagli interessi di parte e influenzato da logiche francamente demagogiche, ha respinto tale impostazione.

Allo stesso modo, non è stata accettata l’esclusione del rimborso delle spese di assistenza professionale al danneggiato nei casi di tempestiva offerta risarcitoria da parte della compagnia: la misura avrebbe invece eliminato costi non obiettivamente giustificati, senza nulla togliere alle situazioni in cui l’assistenza professionale è non solo utile, ma necessaria.

Nonostante la delusione per i "tagli" effettuati dalla Camera ad alcune disposizioni presenti nel provvedimento originario - che avrebbero consentito una più incisiva riduzione prospettica dei costi dei sinistri - e per talune modifiche recentemente apportate dal Senato, che non risultano coerenti con gli obiettivi iniziali, manifestiamo il nostro apprezzamento per l’attenzione particolare che viene oggi riservata dal Governo alla materia del danno alla persona, secondo la duplice ottica della maggior certezza del diritto e della compatibilità economica generale di sistema.

Sotto questo profilo, appare opportuna l’intenzione di limitare la discrezionalità del giudice nella quantificazione economica dei danni alla persona di più lieve entità che incidono del tutto relativamente sulle condizioni di vita delle persone e rappresentano invece la componente maggioritaria del numero dei danni fisici risarciti ogni anno dal settore: è il caso, ad esempio, dei famigerati "colpi di frusta", che rappresentano il 66% del totale dei sinistri con danni alla persona e che, come ha dimostrato un recente studio realizzato dall’Associazione in collaborazione con l’ACI, vengono sistematicamente ipervalutati in termini medici ed economici.

Ancora da apprezzare è la volontà di definire i barêmes medico-legali per la valutazione delle lesioni, attraverso una tabella unica nazionale, nonché l’intenzione di addivenire ad una tabella unica nazionale anche dei valori economici applicabili per la quantificazione del danno biologico, che - fermo restando un congruo margine da riservare al magistrato per tenere conto delle peculiarità del caso concreto - consentirebbe di superare l’attuale anarchia giudiziaria, fonte di sperequazioni e di continue e ingiustificate lievitazioni economiche.

In particolare, la definizione dei barêmes medico-legali, per gli elementi di certezza che ne deriverebbero nella valutazione delle conseguenze fisiche delle lesioni, consentirebbe di inserire nell’attuale procedura CID - che può funzionare solo in presenza di precisi automatismi in applicazione di parametri di riferimento certi ed omogenei - anche i danni fisici di lieve entità eventualmente occorsi agli occupanti dei veicoli incidentati.

Il progetto CID-Lesioni elaborato dagli assicuratori è già pronto. Per partire è necessario che i Ministeri competenti definiscano i suddetti barêmes medico-legali.

Sempre con riferimento ai risultati realizzabili attraverso un intervento del legislatore, va apprezzata la ferma volontà dell’Esecutivo di riallineare la normativa nazionale con la legislazione europea, dopo alcuni infelici "incidenti di percorso" del recente passato: blocco tariffario, imposizione di clausole contrattuali e obbligo di comunicazione sistematica delle tariffe.

Da questo punto di vista non può che valutarsi positivamente la prospettata eliminazione dell’obbligo di comunicare i premi di riferimento - che hanno generato solo confusione nell’utenza – da sostituirsi con un sistema informativo moderno che, sfruttando le opportunità dell’ Information Technology, consentirà la completa visibilità dei prezzi reali praticati dalle imprese, attraverso la consultazione via internet: l’utenza beneficerà ancor di più della concorrenza in atto tra i vari operatori del settore.

Occorre sottolineare ancora una volta, tuttavia, che gli interventi normativi così come le iniziative innovative del mercato forniscono solo gli strumenti per poter operare correttamente, mentre l’impiego degli strumenti è affidato alla mano dell’uomo, alla sua professionalità, alla sua coscienza critica ed al suo spessore etico. E ciò vale per tutti, siano essi operatori di impresa, danneggiati, professionisti o giudici. E naturalmente è sul fattore umano che va giocata la partita più difficile.

In tal senso il settore assicurativo, al fine di migliorare i rapporti con la propria clientela e di contenere i costi "impropri" derivanti dal contenzioso, ha operato concretamente, realizzando - in piena sintonia con le Associazioni rappresentate nel Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti - una procedura di conciliazione la cui sperimentazione ha visto la luce proprio in questi giorni in alcune aree del Paese.

Riteniamo che l’iniziativa - che alla fine della fase test verrà via via estesa a tutto il territorio nazionale e a tutte le imprese - integrata con l’auspicabile decollo del progetto CID-Lesioni costituirà un elemento di svolta nei rapporti tra gli Assicuratori ed i propri clienti che comporterà un mutamento sostanziale della posizione dell’opinione pubblica nei confronti della nostra professione.

 

* * *

Signori soci, la molteplicità degli argomenti da trattare mi impedisce di fornirvi i dati consuntivi di settore dell’esercizio appena concluso.

A voi tutti è stato fornito l’ormai tradizionale documento dell’Associazione su "L’assicurazione italiana nel 2001", nel quale potrete trovare un quadro analitico ed esaustivo dell’andamento del mercato assicurativo nazionale e dell’economia internazionale nonché dell’evoluzione del quadro normativo di derivazione comunitaria attualmente all’attenzione delle Autorità di Bruxelles.

Mi pare però opportuno formulare, come di consueto, alcune previsioni sulla raccolta premi dell’anno in corso.

Complessivamente, stimiamo che i premi del lavoro diretto italiano dovrebbero raggiungere nell’esercizio 2002 gli 85.000 milioni di Euro, con un incremento dell’11,5 % ed una incidenza sul PIL del 6,8 %, ancora lontano - sia pure in avvicinamento - alla media europea che già nel 2000 era dell’8,3%.

In particolare:

  • i premi dei rami danni dovrebbero raggiungere i 32.000 milioni di Euro, con un incremento del 6,9 %;
  • i premi vita si dovrebbero attestare intorno ai 53.000 milioni di Euro, con un incremento del 14,4 %.

Si tratta di stime elaborate con la consueta avvedutezza e professionalità dagli esperti dell’Associazione. Mi auguro però che nell’Assemblea del prossimo anno si potrà verificare che si è trattato di stime pessimistiche, superate nella realtà da uno sviluppo del settore che non era stato previsto.

Ciò starà a significare che, finalmente, sarà stato riconosciuto il ruolo fondamentale che la nostra professione gioca nell’economia del Paese.